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La Vegetazione

il fiume BormidaNella grande valle del Po, il bacino della Bormida di Mallare è ben piccola cosa, ma pure nell'esiguità del territorio alcune considerazioni vegetazionali e geografiche hanno una loro propria importanza. In primo luogo occorre ricordare che qui abbiamo una caratteristica geografica la cui rilevanza supera abbondantemente gli angusti limiti dell'area: il Passo di Cadibona o Bocchetta di Altare, percorso dalla Statale Ceva-Savona. Un esame attento della costituzione geologica, e specialmente della orografia, ha fatto adottare la Bocchetta di Altare come termine delle Alpi e inizio dell'Appennino, perché qui si hanno la depressione orografica più pronunciata (450 metri) e la più decisa flessione degli assi riscontrabile in tutta la zona montana contermine

Da queste peculiarità discende una certa ricchezza di vegetazione. Il vigneto, il campo e il prato, con il graduale abbandono di molte attività agricole - la cui fase acuta è oggi comunque fortunatamente in via di esaurimento - hanno lasciato il posto allo sviluppo del bosco, in una regione già in passato fittamente coperta di verde. Un tempo il bosco aveva anche una buona importanza economica: oggi, con l'avvento di nuove fonti di energia, questo interesse in gran parte si è ridimensionato e al bosco è rimasto solo un valore naturalistico. È noto infatti che i boschi influenzano la frequenza delle piogge, specie in estate, e modificano la temperatura del suolo e dell'aria, abbassando il calore estivo e mitigando di qualche grado il freddo invernale.
Nelle zone dei versanti sorgentiferi, la fascia del pino marittimo lascia gradatamente il posto alle abetaie miste, con sporadiche essenze di leccio, quercia, tarpino, orniello e rovere, mentre nello stato arbustivo prevalgono le eriche, la ginestra scoparia e qualche raro esempio di ginepro. Cedui di faggio sono presenti nelle zone a quote più elevate. A mezza costa si nota qualche noccioleto, che per la verità sembra più che altro in stato di abbandono.
Molto più diffuso il bosco di castagno, le cui essenze, un tempo innestate e domestiche in qualità pregiate, oggi si sono in gran parte inselvatichite anche se continuano a produrre. Con una buona azione promozionale, portata avanti dalla Comunità Montana dell'Alta Valle Bormida, va delineandosi la tendenza di una ripresa verso una migliore cura di queste piante, con possibilità di predisporre "frutteti di castagno", cioè impianti castanili di tipo intensivo costituiti e gestiti secondo i criteri razionali della frutticoltura: occupazione di terreni possibilmente fertili e meccanizzabili, acconcia preparazione del fondo mediante aratura totale e adeguata concimazione di base, sesti di piantagione regolari con investimenti variabili in funzione della vigoria della specie e delle varietà impiegate (da 100 a 200 piante per ettaro), cure assidue, consistenti principalmente in lavorazione del suolo, concimazioni e potature.
Nei boschi della valle prevalgono i cedui di castagno: il pino e il faggio tendono a ridursi, specialmente il secondo, sia per cause naturali che per opera dell'uomo. Per il faggio, in particolare, la riduzione è ormai piuttosto forte, e la specie può dirsi limitata a pochi individui, per lo più a cespuglio, sparsi un po' dappertutto dove il bosco sussiste.
La valle della Bormida di Mallare, prima della confluenza fra Bragno e San Giuseppe di Cairo a quota 337 metri, confina a nord-nord-est con l'importante zona di Montenotte, in cui è un tratto dello spartiacque con l'attiguo bacino del Letimbro, nel cuore del vecchio "bosco di Savona". Molti sono i documenti riguardanti il nemus di Savona esistenti nelle biblioteche e nell'Archivio di Stato. Il legname era tenuto in grande considerazione: e infatti gli Statuti di Savona del 1345 contenevano norme di particolare interesse e molto severe per salvaguardare i boschi, notoriamente importanti per l'economia medievale. Questo bosco si collocava alle spalle di Savona, addossandosi alle pendici del primo tratto dell'Appennino Ligure a occidente di Cadibona, compreso tra le località di Cimavate, Montemoro, Altare e Montenotte Superiore.
Le tappe 17 e 18 dell'Alta Via dei Monti Liguri attraversano qui un territorio dalla morfologia complessivamente dolce, dove la ricca vegetazione appenninica forma in alcuni punti boschi di particolare bellezza. Tra le essenze arboree prevalgono carpino nero, orniello, roverella, rovere, castagno, faggio, e, nei punti più freschi e umidi, ontano nero e sambuco nero.
Nel "bosco di Savona" la legna veniva usata per creare il calore necessario alla lavorazione del ferro e l'acqua per generare energia meccanica. Ancora oggi si possono scorgere le "aree carbonifere", dove una volta si faceva il carbone di legna: basta togliere un po' di terra superficiale per trovare sotto un colore più scuro. Le varie attività che si svolgevano in quest'area avevano anche favorito il sorgere di case sparse: dalla Casa del Martinetto alla Casa Caramellina, entrambe dotate di un impianto idraulico, l'insediamento sparso si estendeva verso Casa Zuilina, Casa Sarvagliana, Casa del Rizzo, Casa dell'Amore, Casa Moglie d'Amore, Casa del Cianetto, Casa Psigni e Casa dell'Erede, oggi quasi tutte abbandonate, per cui in questi ultimi anni nel "bosco di Savona" è venuto anche a mancare il presidio umano.
Riguardo ai toponimi, si rileva che, alcune volte, il nome è lo stesso per il monte, il colle, il rio e la casa. Spesso i nomi derivano, con traduzioni, dalle indicazioni dei cartografi napoleonici, che dopo le operazioni militari sono stati qui molto attivi. Quando mancava una precisa indicazione fornita dalla tradizione orale degli abitanti dei luoghi, si coniava un nome nuovo, ovviamente molto vicino alla lingua francese.
 
   

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