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Preistoria e protostoria
La
presenza dell'uomo paleolitico è stata confermata nell'area della grotta del Buranco, presso Bardineto. In una cavità di
comunicazione della stessa, infatti, sono stati recuperati alcuni resti di industria paleolitica. Le caratteristiche del
deposito fanno risalire il tutto a circa centomila anni fa. Un'altra scoperta (una grotta sepolcrale, la Bucca da Crosa,
pare dell'età del Bronzo) ha permesso di confermare la presenza di gruppi umani nell'alta valle in quel periodo. Sono
state ritrovate asce levigate in pietra verde, risalenti forse al Neolitico, che sono ora conservate a Genova, mentre
nella zona di Piana Crixia le asce ritrovate sono in bronzo. Nei pressi di Millesimo, in una grotta (Tana della Volpe)
situata nell'area del Bric Tana, è stato individuato un insediamento dell'età del Bronzo, risalente ad un periodo che va
dal XVI al XIV secolo a.c. Nel Bardinetese sono stati trovati reperti ceramici dell'età del Ferro, segno di una
frequentazione forse occasionale. Sempre nel Bardinetese un sito dell'età del Ferro è il cosiddetto “castellare”,
località situata tra Calizzano e Bardineto.
Frequenti sono anche le
incisioni rupestri soprattutto nel triangolo costituito da Millesimo, Plodio, Biestro. Si tratta di un ambiente legato
al mondo della pastorizia e del bosco. Molte delle incisioni furono in seguito interpretate dagli abitanti come segni
lasciati da entità o esseri superiori ed alcune di esse sono state poi “cristianizzate” tramite l'apporto del segno
della croce.
In
principio l'area geografica della val Bormida era popolata dalle tribù dei Liguri Epanteri, le quali si opposero
strenuamente all'avanzata degli eserciti romani ma, assieme ad altri Liguri montani, furono sconfitti e assoggettati
dopo alcune spedizioni (dal 180 al 173 a.c.). Sotto la dominazione romana, fu tracciata nel 109 a.c. attraverso la vai
Bormida di Spigno, un'importante via: la Aemilia
Scauri, lungo la quale si incontravano i due principali insediamenti: Canaliculum e
Crixia.
Il
primo è stato localizzato presso Cairo, nel sito dove sorge la pieve paleocristiana di San Donato; in tale località sono
anche stati ritrovati frammenti di ceramica risalenti al I secolo d.c. e una moneta attribuita all'età di Costanze (IV
secolo d.C.). L'altra mansio è
stata individuata nei pressi di Piana Crixia in località «Pareta», dove è stato condotto uno scavo che ha portato alla
luce alcuni reperti consistenti in cocci di ceramica risalenti al I secolo d.c., due acciottolati della stessa epoca e
alcuni frammenti ceramici preromani. A Millesimo si trova un'epigrafe del l-ll secolo d.c., proveniente dall'area
di Santa Maria extra mu ros: si tratta di
un'arula dedicatoria ad una divinità, una specie di ex voto. Un'altra iscrizione è stata trovata nei pressi di Piana
Crixia.
Con
la caduta dell'impero romano e la conquista bizantina, la val Bormida divenne terra di frontiera e di scontro con i
Longobardi, ormai padroni della pianura padana e intenzionati ad occupare la Liguria marittima, la cui definitiva
occupazione risale al 643, per opera di Rotari. Successivamente si ha l'occupazione carolingia, cui seguono vicende
confuse di cui abbiamo rare notìzie: è l'epoca delle incursioni dei Saraceni, degli Ungari e dei Normanni.
Un inizio di maggiore stabilità si intravvede solo a partire dalla metà del secolo X, quando vennero istituite le tre
marche (obertenga, aleramica e arduinica); nel 967 Ottone I concedette al marchese Aleramo l'investitura di un vasto
territorio, che prese appunto il nome di marca aleramica.
Più precisamente la
marca era un organismo politico territoriale orientato geograficamente in senso verticale, cioè dall'entroterra
piemontese sino al mare ed aveva la funzione di proteggere la costa e l'entroterra da eventuali invasioni.
Alla marca aleramica va
ricondotta l'origine di tutte le famiglie marchionali, capostipiti dei futuri marchesati: Monferrato, Del Bosco, Ponzone,
Sezze, Cortemilia, Clavesana, Spigno, Savona, Ceva, Carretto; mentre più specificatamente da Aleramo e Bonifacio del
Vasto si arriva ad Enrico il Guercio (o Wertz), primo marchese di Savona e capostipite della futura dinastia dei Del
Carretto. È però solo dal X secolo che si può parlare di una storia documentata della Val Bormida, ed appunto nel
documento di investitura sono nominati per la prima volta. Comunque, solo tra la fine del primo millennio e l'inizio del
secondo cominciano a comparire con una sempre maggiore frequenza nei documenti; Cosseria nei 991, Millesimo, Cengio,
Roccavignale e Bogile nel 998, Murialdo nel 1033, Ferrania e Calizzano nel 1097, Biestro e Carcare nel 1111.
I successori di Enrico
il Guercio, cioè i figli Ottone ed Enrico 11, suddivisero nel 1185 l'eredità paterna. Il possesso di Savona e dell'area
cairese spettò ad Ottone, mentre le terre del Nolese, il Finalese e la val Bormida (con Bardineto, Calizzano, Osiglia,
Millesimo, Cengio, Cosseria, Carcare e Altare) furono ereditate da Enrico II. In seguito, con l'affermazione di Savona
come libero comune, Ottone si ritirò nel suo feudo di Cairo dando origine al ramo cairese-langarolo della dinastia
carrettesca, mentre Enrico 11 si insediò nel Finale, ottenendone l'investitura feudale da Federico II nel 1220. Nel 1268
si ebbe però una nuova divisione territoriale, in quanto i figli del marchese Giacomo Del Carretto, Corrado, Enrico ed
Antonio divisero il territorio ereditato in tre aree (chiamate in seguito terzieri), rispettivamente di Finale,
Millesimo e Novello. La maggior parte dei territori della val Bormida, cioè Cengio, Bocchetta, Roccavignale, Mallare,
Altare e Osiglia spettarono a Corrado, mentre Calizzano, Bardineto e Vetria spettarono ad Antonio.
Nel
1322, cessò il dominio su Cairo dei marchesi Del Carretto che cedettero i propri diritti al marchese Manfredo IV di
Saluzzo, ma il dominio di questa famiglia durò solo fino al 1337 quando i luoghi di Cortemilia, Perielio, Torre Uzzone,
Roccaverano, Bubbio, Cairo, Rocchetta Cairo, Altare, Carcare furono acquistati dalla famiglia astigiana degli Scarampi.
Verso la fine del Trecento il ramo di Zuccarello dei Del Carretto, nel cui domini era anche Bardineto, si staccò e si
rese indipendente. In seguito, verso la metà del XVI secolo, il marchesato di Zuccarello si scisse in due rami, cioè
Zuccarello e Balestrino, e Bardineto venne diviso tra i due rami fino al 1624 quando, diventato possesso dei genovesi
Zuccarello, anche Bardineto segui la medesima sorte .
Nei secoli successa al Medioevo, quindi, continuò il processo di frammentazione politica
cominciato già dal secolo XIII con la divisione in “terzieri” dei domini carretteschi e nel Seicento si ha un quadro
politico -amministrativo più che mai complicato: l'alta vai Bormida, cioè Bardineto, amministrata da Genova, il Finale
con altri territori della valle Bormida (Calizzano, Mallare, Fallare, Osiglia, Carcare) sotto il diretto dominio della
Spagna, mentre Millesimo, Cengio, Cairo, Dego gravitavano politicamente verso il Piemonte. Questa situazione confusa
riflette anche il fatto che sia il
'500 sia il '600 furono per la valle periodi di intensa attività bellica. Infatti la secolare lotta tra Francia e
Spagna, con la
partecipazione a livello locale dei Savoia e di Genova, finì per coinvolgere la val Bormida in innumerevoli guerre,
soprattutto nel secolo XVII con II conflitto tra Genova e i Savoia, quando nel 1625 Cairo subì assedi, occupazioni e la
distruzione del castello. Saccheggi e distruzioni subirono anche Carcare nel 1628,1636,1637 e Roccavignale nel 1629; il
castello di Cengio fu assediato e definitivamente distrutto nel 1648.
Per
quanto riguarda le fortificazioni esistenti nella vai Bormida abbiamo una notevole varietà tipologica, che copre lo
spazio di molti secoli, cioè dal castrum
di San Nicolo a Bardineto ai forti di valico realizzati negli ultimi decenni del secolo
XIX; anche alcuni borghi come Cairo, Millesimo, Calizzano, Bardineto risultavano essere cinti da mura di cui ora
esistono scarsi resti, ma che da stampe del secolo scorso e da fotografie di inizi '900, risultano ancora
identificabili. Peraltro occorre dire che non di tutti i castelli si ha la stessa conoscenza poiché, riguardo ad alcuni,
sono stati condotti lavori di esplorazione archeologica e di
analisi delle strutture architettoniche, mentre per altri la conoscenza è del tutto superficiale.
La varietà, come
accennato in precedenza, dipende dal fatto che alcuni castelli hanno avuto un'evoluzione architettonica e una funzione
differente da altri, rimasti invece allo stato primitivo. Più in particolare, quindi, possiamo dividere i castelli in
due tipologie: i castelli “ricetto” e le torri fortificate. Al primo tipo vanno assegnati i castelli di Cosseria,
Murialdo e due fortificazioni nei pressi di Mallare di cui ora restano scarse tracce, al secondo tipo il castello di
Carretto e quello scomparso di Piana Crixia.
Il
castello di Cosseria, la Crux Ferrea
medievale, è situato a 697 metri di altezza ed è collegato visivamente con la torre di
Rocchetta Cengio, con Roccavignale, Mombarcaro e Cengio, e occupa tutta la sommità dell'altura. Le tre cinte racchiudono
una superficie di 23.850 metri quadrati, un'area troppo vasta per gli eserciti del tempo, ma che fa supporre che fosse
utilizzato nei momenti di pericolo dalla popolazione appunto come “ricetto”, cioè come rifugio più o meno temporaneo.
Alcuni scavi realizzati in questi ultimi anni hanno permesso di individuarne le fasi costruttive: la torre quadrata e la
cinta più antica sono anteriori al secolo XIII, mentre la seconda e la terza sono rispettivamente dei secoli XIII e XIV.
Negli scavi sono stati rinvenuti frammenti di ceramica risalenti a un periodo compreso tra la tarda età romana e il XV
secolo.
Il castello di Murialdo
è costruito in posizione strategica, nel punto in cui la Bormida di Millesimo si restringe in una gola con un'ampia
visuale dall'alto delle zone sottostanti. Anche questo è il risultato di diverse fasi costruttive. Oltre al castello
vero e proprio esiste una cinta muraria più vasta nella quale era compresa anche la chiesetta di Santa Maria Maddalena.
A Mallare ci sono i
resti di due castelli “ricetti”, dei quali ora non restano che pochi ruderi: si tratta dei castelli cosiddetti del
Carruggio e del Miele, posti su due alture sopra la Bormida e collegati a vista grazie ad una torretta inglobata ora in
una casa colonica.
Alcuni castelli valbormidesi (Cairo, Calizzano, Bardineto) erano poi legati strettamente alla vita dei borghi a cui
erano associati, formando un blocco unico con l'abitato cinto di mura. Assai originale e unico nella tipologia delle
fortificazioni medievali, è il castello di Bardineto, essendo costituito da un torrione di sedici lati con alte
feritoie. Il secondo tipo di fortificazione è quello
costituito da un'alta torre recintata da un muro; è peraltro probabile che tra i secoli XI e XIV tutti i castelli
valbormidesi fossero strutturati in tale maniera, infatti alcuni, non ristrutturati o modificati in seguito, sono
rimasti con l'aspetto originario come ad esempio il castello Del Carretto nella località omonima, la cui alta torre è in
parte conservata e viene attribuita al XIII secolo. La parte antica del castello di Cairo era formata da una torre
quadrata, a cui fu aggiunta nel secolo XV l'ala residenziale. Anche II castello di Piana Crixia, secondo come si
presentava in una stampa del secolo scorso, era formato da un'alta torre, il
cui rudere ancora si nota; testimonianze più antiche, invece, esistono a proposito del castello di Dego, e sono tratte
da un
disegno del '500, in cui è raffigurata la torre che si staglia dal castello.
Non esistono particolari
esempi di fortificazioni nei secoli dell'età moderna: infatti la guerra di successione austriaca (1740-1748) e
l'invasione napoleonica sono state guerre di movimento e i loro campi trincerati hanno lasciato scarse tracce.
Per quanto riguarda la
fine del secolo XIX abbiamo una serie di esempi sul passaggio dalla fortificazione moderna a quella contemporanea: si
tratta dei due forti di valico del colle di Cadibona e dei tre del Melogno. Lo scopo di queste fortificazioni,
realizzate in gran parte ai tempi della triplice alleanza (Italia-Austria-Germania) intorno agli anni 1880-1890, era
quello di servire a bloccare o a ritardare un'ipotetica invasione francese dal mare in direzione della pianura padana.
Le chiese della val
Bormida facevano parte di tre “pivieri”, rispettivamente San Donato di Cairo, Santa Maria extra muros di Millesimo e,
per un settore, la pieve di Priero.
La
pieve di Cairo è citata in un documento del 998 assieme alla cappella di San Donato, tuttora esistente con il titolo di
Madonna delle Grazie a un chilometro a Sud di Cairo, nell'area della romana Ca
nalicum. È citata come pieve da un documento
del 1172. Il territorio soggetto alla pieve di Cairo comprendeva la chiesa di San Lorenzo di Altare, le parrocchie di
Carretto, Santa Giulia, Carcare, Ferrania con la sua abbazia, Altare con la chiesa dell'Eremita di Mallare, Montenotte
superiore e inferiore. La pieve di Millesimo è citata in un documento del 1190 con la titolazione a San Pietro, mentre
il nome di Santa Maria le venne dato successivamente ed è riportato per la prima volta in un documento del secolo XV; il
territorio soggetto a questa pieve coincideva quasi perfettamente con quello che nel Medioevo dipendeva dal terziere di
Millesimo: le località erano Cengio, Cosseria, Roccavignale, Plodio, Bormida. Dalla pieve di Priero dipendevano le
chiese di Calizzano, Bardineto, Murialdo e Osiglia.
Appena consolidata la Marca aleramica, furono fondati alcuni monasteri; il marchese Anselmo, figlio di Aleramo, fondò
il monastero di San Quintino di Spigno nel 991, Bonifacio del Vasto l'abbazia di Ferrania nel 1097.
Anche i marchesi Del
Carretto continuarono quest'opera; l'ospedale Santa Maria e San Lazzaro di Fornelli venne fondato da Enrico I nel 1179
nei pressi di Mallare, mentre Enrico II e la moglie Agata istituirono a Millesimo, nel 1211, il monastero di Santo
Stefano.
La
vita della vai Bormida dal punto di vista giuridico era regolata dagli statuti. I più antichi sono quelli di Millesimo e
Cosseria (Statata Millesimi et Cruxfer
rae), risalenti agli anni attorno al 1240; furono poi riformati e ampliati nel 1580. Gli
statuti di Cairo risalgono al 1333; vennero riformati nel 1357 e nuovamente nel secolo XVII, mentre quelli di Carcare
furono emanati nel 1433 e riconfermati nel 1602 dal governatore spagnolo don Pietro da Toledo, quando Carcare passò
sotto il dominio della Spagna con tutto il marchesato di Finale.
A
Calizzano furono emanate nel 1444 le “franchigie”, mentre gli statuti vennero stampati a Balestrino nel 1704 con il
titolo di Statuti Civili e Criminali e Convenzioni del luogo di Calizzano e
sua Giurisdizione riformati del anno 1600. Gli statuti di Bardineto risalgono
al 1479: anch'essi furono stampati in Balestrino nel 1703 con il titolo Jesus
Maria, Statuti Criminali e Civili ad uso de gl 'huomini e del luogo di Bardineto et le sue giurisdittioni, l'anno
MCCCCLXXIX, in Balestrino, MDCCIII, per Giuseppe Rossi con licenza de' Superiori.
Ad Altare abbiamo sia gli Statuti dell'Arte dei Vetrai, scritti nel 1495 e stampati nel
1573, sia gli Statuti Civili, confermati da Guglielmo, marchese del Monferrato. Anche Bormida ed Osiglia ebbero le
proprie leggi, ossia gli Statuti dei/e Ville di Bormida ed Osiglia.
A partire dal 1794 la
val Bormida fu coinvolta nel conflitto tra la Francia rivoluzionaria, il Regno sardo e gli alleati austriaci, in cui
svolse un ruolo strategico importante grazie alla sua posizione geografica di “cerniera” tra la costa e l'entroterra
padano, che permetteva di aggirare in parte il “campo trincerato” di Ceva, situato allo sbocco della vai Tanaro, e di
prepararne il blocco e la resa.
Negli
anni che vanno dal 1794 al 1796 le catene montuose che dividono la val Bormida dalla val Tanaro furono teatro di
continui scontri tra gli austro-sardi ed i francesi, sino alla vittoria di questi ultimi nell'aprile-maggio 1796, grazie
alla guida di un giovane generale: Napoleone Bonaparte. Già nel settembre del 1794 alcune località della valle, tra cui
Biestro, Carcare, Mallare, Pallare, furono coinvolte negli scontri tra gli eserciti nemici; lo scontro principale si
ebbe a Rocchetta Cairo e a
Dego, e finì con la vittoria dei francesi,
mentre gli austriaci si ritirarono a Novi.
Tra il giugno e il luglio del 1795 le truppe austro-piemontesi scacciarono i francesi dalle loro posizioni sulle alture
del Melogno e dal colle della Spinarda, occupando un vasto fronte che andava dal Finale a Garessio. In novembre i
francesi sconfissero gli austro-sardi nella battaglia di Loano costringendoli a ritirarsi all'interno e a mettersi sulla
difensiva utilizzando, in particolare, la linea montuosa che divideva la val Bormida dalla val Tanaro; punti fortificati
furono il Bric Rotondo sopra Murialdo e San Giovanni. La ritirata degli austro sardi ebbe tuttavia la grave conseguenza
di separare gli austriaci dai piemontesi. Nel dicembre del '95 infatti le armate francesi tenevano sotto controllo tutta
la Liguria occidentale con le avanguardie a Calizzano e Bardineto, mentre gli austro-piemontesi occupavano Cairo, Dego,
Cengio, Millesimo e posizioni importanti come la fortezza e il campo trincerato di Ceva, ma già ai primi di aprile del
1796 sia i francesi sia gli austro-piemontesi si rimisero in movimento per occupare nuove posizioni strategiche. Tra
l'11 e il 16 aprile si ebbero in vai Bormida una serie di combattimenti, decisivi per la conquista napoleonica del
Piemonte e quindi dell'Italia settentrionale.
Nella notte tra il 10 e
l'11 aprile le truppe austriache si mossero dalle loro posizioni di Sassello, Dego e Pareto e marciarono verso
Montenotte; i francesi che occupavano Savona, Quiliano e alcune ridotte, monte Legino e Cadibona, si diressero incontro
agli austriaci e si scontrarono con essi a Montenotte Superiore, obbligandoli a ritirarsi sulle loro precedenti
posizioni di Sassello e Parete, mentre i francesi occuparono i dintorni di Dego e Bocchetta Cairo. La mattina del 14
aprile una brigata francese che era stata dislocata nella zona montagnosa tra il Tanaro e la Bormida attaccò la ridotta
fortificata dei piemontesi presso la cappella di San Giovanni di Murialdo. La posizione, munita di cannoni, era
presidiata da un migliaio di soldati; dopo un fuoco di artiglieria dei francesi che sparavano da un colle vicino, la
posizione venne presa d'assalto e conquistata. Anche la postazione di Montezemolo cadde in mano ai francesi: da essa si
dominava una piana dove si incontravano le strade per Millesimo, Priero e Murialdo.
Il giorno 13 i francesi
entrarono in Millesimo, mentre i piemontesi si ritirarono a Cosseria e gli austriaci a Cengio e Bormida. Successivamente
Millesimo venne attaccata da quattro battaglioni austriaci ma senza successo, per cui fu dato l'ordine di ritirata.
Durante il contrattacco francese venne posto l'assedio al Castello di Cosseria, dove si erano appostati un battaglione
di granatieri piemontesi comandati dal colonnello Filippo Del Carretto di Camerana. La situazione degli assediati fu
subito critica:
erano senza artiglieria
ed in numero cinque volte inferiore a quello dei francesi. Decisero comunque di resistere. Alle operazioni di assalto
assisteva anche il Generale Bonaparte da una posizione a poche centinaia di metri dal castello. Rifiutata la resa, il
castello fu conquistato dopo ripetuti assalti che costarono la vita ad un migliaio di francesi, mentre i difensori del
castello ebbero centocinquanta caduti, tra i quali Filippo Del Carretto. Dopo la battaglia di Montenotte, gli
austro-piemontesi avevano occupato Dego e altri paesi sopra la costiera. I francesi, nel pomeriggio del 12 aprile, si
riunirono nella pianura di Rocchetta di Cairo in due divisioni di 22000 uomini e 500 cavalleggeri. Prima del tramonto i
francesi erano riusciti ad espugnare la postazione del castello di Dego con i trinceramenti e dopo la vittoria i
francesi saccheggiarono Dego, Brovida, Rocchetta e Cairo. Il giorno successivo gli austriaci si mossero da Parete e
contrattaccarono riuscendo a snidare i francesi da molte postazioni conquistate il giorno precedente, ma alla fine
questi ultimi riuscirono ad avere la meglio. Dopo la ritirata austriaca Dego e gli altri paesi furono nuovamente
saccheggiati dai francesi; tali eccessi finirono grazie all'intervento di Massena e Bonaparte, che si trovava a Cairo e
protesse i prigionieri. Dopo la battaglia di Dego i combattimenti si svolsero fuori dalla val Bormida; le vittorie
francesi furono rapide: Pedaggera di Ceva, Montezemolo, Mondovì, fino all'armistizio di Cherasco, il 28 aprile 1796,
primo passo per la conquista dell'Italia settentrionale. La fine delle grandi battaglie nella val Bormida non portò la
tranquillità e la pace: le devastazioni e occupazioni dei due eserciti belligeranti, il blocco delle attività lavorative
e del commercio ridussero ad uno stato di estrema miseria le popolazioni; infine la guerra civile, dovuta a sommosse
controrivoluzionarie esplose in terra piemontese, finì per coinvolgere in parte anche la vai Bormida. Nel maggio del
1799, in seguito all'avanzata austro-russa, tre cevesi alla testa di bande di contadini di Millesimo, Cengio, Priero,
Montezemolo marciarono su Ceva, la occuparono e abbatterono la bandiera della libertà. In luglio altre bande occuparono
le alture di Cairo Montenotte ed in seguito Bagnasco, Massimino e Calizzano, alla caccia di repubblicani e giacobini.
Nel 1714 furono create e
subordinate al governatore del Finale le due podesterie delle Langhe, cioè Carcare e Calizzano. La podesteria di Carcare
fu retta da un podestà nobile e comprendeva Bormida, Pian Soprano, Pian Sottano, Costa Piano di Bormida, Case di Romano,
Osiglia, Pallare; la podesteria di Calizzano comprendeva invece Frassino, Pasquale e Massimino, mentre Bardineto
Millesimo, Cairo e Dego erano feudi imperiali.
Dal 1805 al 1814 la vai
Bormida fece parte dell'impero napoleonico, dal 1815 del Regno di Sardegna e dal 1860 al 1927 della provincia di Genova,
per passare poi alla provincia di Savona. Anche nella vai Bormida dopo l'8 settembre 1943 si costituirono alcune
formazioni partigiane che organizzarono la lotta di resistenza; in particolare nell'agosto 1944 operavano le seguenti
formazioni partigiane: la brigata Garibaldi, nelle zone di Calizzano, Millesimo, Altare e Cadibona con cinquecento
uomini; i distaccamenti di Giustizia e Libertà nelle zone di Cairo, Altare e Carcare con sessanta unità; i distaccamenti
Matteotti tra Ceva e Millesimo con sessanta uomini; i distaccamenti di Giustizia e Libertà nella zona di Bardineto con
sessanta uomini. Tutte queste forze nel complesso controllavano quasi completamente le zone attorno a Calizzano sino al
passo del Melogno e quella di Toirano, la zona Montenotte-Pontivrea, l'area di Piana Crìxia e la strada tra Carcare e
Cairo.
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